Dalla manutenzione delle macchine stradali alle tecnologie per il riciclo: la storia di Cams, nata da un’intuizione e cresciuta ascoltando i bisogni del cantiere. Una storia che sembra appartenere più alla narrazione che alla semplice cronologia. Tanto da poter essere raccontata a teatro. Proviamo allora a raccontarne i primi 25 anni in tre atti. Protagoniste le macchine per il riclaggio che l’hanno resa celebre nel mondo, ma soprattutto le persone. Sempre e comunque.

Ci sono aziende che possono essere raccontate con una cronologia, inanellando una data dopo l’altra. Altre richiedono una scheda tecnica. E poi ce ne sono alcune che sembrano chiedere qualcosa di diverso: una narrazione. Perché ogni realtà nasce da un’intuizione, ma soltanto alcune riescono a trasformarla in una storia capace di attraversare il tempo. Con protagonisti, svolte, momenti di difficoltà e intuizioni che, guardate a posteriori, sembrano quasi tracciare un percorso inevitabile. La storia di Cams è proprio così, un racconto. 
Con un evento che ha coinvolto diverse centinaia di clienti, dealer e collaboratori provenienti letteralmente da tutto il mondo, persino dalla remota Australia, ha celebrato i suoi primi 25 anni di attività. Un percorso durante il quale un gruppo di tecnici e ingegneri ha trasformato un’esperienza maturata nel mondo delle macchine stradali in una realtà internazionale specializzata nelle tecnologie per il riciclo di inerti, fresato d’asfalto (nella foto a destra), vetro e materiali complessi. Una storia nata nei cantieri, dove i problemi non arrivano mai sotto forma di teoria, ma si presentano ogni giorno con il peso dei materiali da movimentare, dei costi da ridurre, dei tempi da rispettare. Se fosse un testo teatrale, probabilmente sarebbe diviso in tre atti. Il primo parlerebbe di un’eredità raccolta e trasformata. Il secondo racconterebbe il coraggio di immaginare il riciclo quando la sostenibilità non era ancora una parola così presente nel linguaggio comune. Il terzo, quello ancora in corso, racconta un’azienda che continua a progettare il futuro partendo dalla stessa domanda di sempre: quale problema possiamo risolvere?
Ed è proprio da qui, da questa domanda, che inizia la storia di Cams.
Atto I — L’eredità. La scena si apre nel 2001, in Emilia-Romagna. Sono anni in cui internet entra nelle case degli italiani, l’euro diventa la moneta comune e il mondo si prepara a una trasformazione tecnologica che avrebbe cambiato profondamente il modo di comunicare, produrre e lavorare. In questo contesto nasce Cams, acronimo di Centro assistenza macchine stradali. Un nome che racconta già molto delle origini: prima ancora di costruire macchine, l’azienda nasce dalla conoscenza delle macchine. Dalla capacità di comprenderle, ripararle, migliorarle.
Alle spalle c’è l’esperienza maturata
da un gruppo di tecnici e ingegneri provenienti da Bitelli, storico marchio italiano protagonista nello sviluppo delle macchine per la costruzione delle strade. Poco dopo arriva un passaggio decisivo: l’acquisizione del marchio Tem, storico produttore di impianti per la frantumazione del vetro nato nel 1964 (a sinistra, una macchina Tem agli albori di Cams). È il momento in cui la storia cambia direzione.
L’esperienza nella manutenzione e nelle macchine stradali incontra una nuova competenza: quella della lavorazione dei materiali e l’approccio visionario dell’ing. Bruno Venturi, tra i progettisti provenienti da Bitelli, figura fondamentale nella genesi dell’azienda (a destra, insieme al nipote Pietro, oggi tra le fila dell'azienda). Un tecnico con una visione particolare per il suo tempo: immaginare macchine capaci non soltanto di lavorare, ma anche di ridurre gli sprechi. Un’idea che oggi appare quasi naturale, ma che 25 anni fa aveva il sapore dell’intuizione.
Perché il tema del recupero dei materiali non aveva ancora la centralità attuale. L’economia circolare non era un concetto quotidiano e parlare di sostenibilità nel settore delle macchine da cantiere significava spesso anticipare il mercato. Da quel momento Cams non si limita più ad assistere le macchine. Inizia a progettarle.
Atto II — L’intuizione. A teatro il secondo atto è quello in cui la storia prende forma. È il momento delle scelte, delle intuizioni, delle sfide. Per Cams coincide con la costruzione della propria identità tecnologica. La domanda resta semplice: cosa serve davvero al cantiere? La risposta arriva attraverso macchine progettate per fare ciò che le soluzioni tradizionali non riuscivano a garantire: recuperare materiali direttamente dove vengono prodotti, ridurre gli spostamenti, limitare i costi di smaltimento e trasformare quello che era considerato uno scarto in una nuova risorsa. E fare tutto ciò impattando poco, grazie all'alimentazione ibrida o elettrica.
Nascono così soluzioni destinate a cambiare il modo di concepire il riciclo. Nel 2003 arriva la gamma UTS, i primi impianti trasportabili, compatti, autocaricanti e alimentati elettricamente. Nel 2005 debutta la gamma UTM, trituratori semoventi su carro cingolato con alimentazione ibrida (sotto un UTM 1200 vintage, esposto all'evento per i 25 anni): una vera anticipazione rispetto a un mercato che solo negli anni successivi avrebbe iniziato a interrogarsi con maggiore attenzione sull’efficienza energetica.

Nel 2009 arriva Centauro, una macchina destinata a diventare uno dei simboli dell’approccio Cams (in copertina il primo Centauro 100.32 insieme alla versione contemporanea): un sistema che integra triturazione, vagliatura e separazione dei metalli in un’unica soluzione. Una macchina nata per semplificare il lavoro e aumentare la qualità del materiale recuperato. Negli anni la gamma cresce, così come cresce la presenza internazionale.
Oggi sono oltre 800 gli impianti installati in Italia e nel mondo, con sette linee di prodotto e 23 modelli disponibili. Ma i numeri raccontano soltanto una parte della storia. L’altra parte è nei cantieri. È nelle aziende che hanno scelto di recuperare materiali invece di smaltirli. È negli operatori che hanno trovato nelle tecnologie Cams un modo diverso di lavorare. È nella capacità di affrontare materiali sempre più complessi: dagli inerti al fresato d’asfalto, dal vetro al cartongesso, fino alle applicazioni più recenti nel settore agricolo, dove triturazione e recupero diventano strumenti per valorizzare biomasse e materiali organici. Perché, come sintetizza Marco Venturi, direttore tecnico dell’azienda: “Se intercetti un bisogno, soddisfalo”. Una frase semplice, ma che contiene tutta la filosofia Cams.
Atto III — Il futuro. Il terzo atto non è ancora concluso. Perché il futuro, per definizione, è una scena ancora da scrivere.
Cams oggi continua a sviluppare tecnologie con una doppia direzione: recuperare materiali destinati allo smaltimento e ridurre l’impatto dei processi di lavorazione. Una filosofia che si traduce in macchine ibride, elettriche e alimentate anche attraverso fonti rinnovabili, con soluzioni che guardano alla riduzione dei consumi, delle emissioni, del rumore e delle polveri. Una sostenibilità concreta, fatta di scelte progettuali.
Nel 2024 arriva un nuovo capitolo: l’acquisizione di Malavasi G., storica azienda modenese specializzata nella produzione di macchine e attrezzature per il settore stradale (a sinistra, la vibrofinitrice stradale elettrica Malavasi MG-7 Super-e). Un’operazione che amplia le competenze del gruppo e rafforza il legame con un mondo, quello delle infrastrutture, dal quale Cams è nata.
Ma il futuro non passa soltanto dalle macchine. Passa anche dal modo in cui raccontiamo ciò che facciamo. Da qui nasce il progetto “Centro valorizzazione materiali”, la dicitura brevettata da Cams insieme a un ente certificatore per identificare i centri di riciclaggio dotati di specifici requisiti tecnici e ambientali. Perché anche le parole costruiscono il futuro: chiamare un luogo “discarica” significa ancora associare il materiale a qualcosa da eliminare; chiamarlo “centro valorizzazione materiali” significa riconoscere che quella materia può avere una seconda vita.
È un cambiamento linguistico, ma prima ancora culturale.

Dopo 25 anni, la storia di Cams non assomiglia a quella di un’azienda che si guarda indietro. Assomiglia piuttosto a un cantiere ancora aperto. Ci sono le fondamenta solide costruite dall’esperienza. Ci sono le innovazioni nate dall’ascolto dei problemi reali (sopra, un impianto che si autoalimenta con fotovoltaico). Ci sono macchine che hanno viaggiato dall’Emilia-Romagna all’Australia, portando con sé un’idea semplice: il materiale di risulta non deve necessariamente diventare un rifiuto. Può diventare una risorsa.
Forse è questo il filo che unisce tutti gli atti della storia di Cams. Non una tecnologia. Non una macchina. Un modo di pensare. Perché il futuro, prima ancora di essere costruito, deve essere immaginato. E Cams lo immagina da 25 anni.